Il longobardo

Di Marco Salvador
Voto: 2,5
Prima edizione: 2004
Numero di pagine: 463
Consigliato: No

Tags: Storico, Contemporaneo, Italiano, Storia vera
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Trama in breve

Stiliano, consigliere e istruttore di Rotari, ci racconta la vita del giovane che, negli anni, divenne Duca di Brescia e persino Re. Le vicende personali del narratore intervallano, però, il racconto degli avvenimenti storici. 

Incipit

Il monaco di nome Teja mi scrutava con sospetto. Ho creduto fosse a causa del mio abbigliamento, troppo ricco per un prete. Non era così, ora lo so. Egli semplicemente diffida di tutti coloro che mettono piede nella chiesa della quale è il nuovo custode. 

Recensione

Le mie spedizioni al mercatino dell'usato sono sempre avventurose; essendoci offerte particolari capita spesso che acquisti a pochi euro libri che non conosco e non avrei mai preso in libreria. In questo modo la novità è garantita ed è anche sicuro che ogni libro che acquisterò sarà una vera e propria sorpresa! Mi è capitato, in questo modo, di leggere libri sconosciuti in Italia che mi sono piaciuti tantissimo e che mi hanno dato tanto (un esempio è l'uomo dei dadi, libro che prima o poi rileggerò e recensirò per voi, perché vale veramente la pena) e, a volte, ho comprato libri brutti brutti.. ma proprio brutti.

Comprando "Il longobardo" di Marco Salvador, mi sentivo piuttosto tranquilla; io amo i romanzi storici e questo narrava anche di un argomento di cui so veramente poco, perciò mi incuriosiva molto. Nonostante questo ne ho rimandato la lettura per diverso tempo, non trovando mai il momento giusto per iniziarlo e, alla fine, mi sono decisa ad iniziarlo al mare, considerando che non è cortissimo e mi avrebbe fatto compagnia per un po' di tempo. Non l'avessi mai fatto! In questo modo mi sono ritrovata al mare con solamente questo libro da leggere, totalmente in balia degli eventi. Quel giorno infausto, perciò, non solo l'ho iniziato ma ne ho lette anche una cinquantina di pagine. Devo dire la verità, dopo il primo giorno la tentazione di cambiare libro e abbandonarlo mi è venuta, poi però mi sono detta che avevo già perso una giornata intera su quel libro, e non ce l'ho fatta a rinunciarci. Questa scelta l'ho più e più volte rimpianta, ma alla fine sono riuscita a terminarlo.

Cosa c'è di così terribile in questo romanzo? È veramente da buttare? Ora vi spiego.

I romanzi storici, come già accennato, mi piacciono molto. Questo libro tratta di Rotari, Duca di Brescia e successivamente Re dei Longobardi ed è, perciò, ambientato in Italia. Di questo Rotari io, da totale ignorante, non sapevo assolutamente niente e non vedevo l'ora di farmi una cultura godendomi al contempo, una buona storia. Il fatto poi che  l'autore sia anche italiano mi faceva ben sperare, dato che si presume conosca la geografia anche meglio di autori stranieri. In realtà, però, è proprio la trama la cosa che mi è piaciuta meno, è di una noia e di una vastità mortale. L'intento dell'autore era, sicuramente, quello di raccontare di Rotari in tutta la sua totalità; perciò ha iniziato da Rotari giovane ed è giunto fino a dopo la sua morte. E voi direte, ma io amo le saghe familiari, tanto meglio se il libro occupa uno spazio così vasto! E, invece, no, stavolta vi sbagliate. Questo libro è solo una raccolta di avventure di Stiliano, confidente di Rotari, uomo che credo non sia mai esistito ma google non mi aiuta nella ricerca, ed è assolutamente molto lontano dalla saga familiare.

L'impressione che mi ha dato l'autore è quella di aver preso dei fatti noti accaduti nella vita di Rotari e averli inseriti dentro una trama del tutto inventata. Questo implica che di carne al fuoco per un amante dei romanzi storici, ce n'è veramente poca ed è talmente disseminata tra storie non vere che, per una persona che non conosce già ciò che è capitato, è quasi del tutto inutile. Inoltre, cercando la vera storia di Re Rotari su internet ho scoperto che alcune delle cose scritte nel libro, che credevo vere, non lo sono perciò anche il poco che credevo di aver imparato è assolutamente svanito.

La trama è talmente varia che non me la ricordavo nemmeno più dopo aver cambiato capitolo, motivo per cui non inserirò nemmeno la trama completa.

Con queste mie parole non voglio dire che questo non sia un romanzo storico o che, alla fine della lettura, non si possa aver imparato assolutamente nulla dell'epoca che descrive, ma è sicuramente molto meno rispetto a quello che mi aspettavo e che cerco in un buon romanzo storico. Anche l'utilità, quindi, non è stata sufficiente per poter apprezzare la lettura di questo libro.

Ovviamente la trama in un libro non è tutto. Ci sono anche molti altri elementi che, se ben definiti, possono farmi dimenticare l'inutilità della lettura dal punto di vista delle conoscenze acquisite, purtroppo però ho riscontrato delusioni anche lì.

I personaggi sono superficiali, non perché persone prive di valori morali ma perché l'autore si accontenta di farci conoscere solamente le caratteristiche più superficiali e non fa minimamente scavare a fondo nella coscienza, nemmeno del protagonista Stiliano. Dopo la lettura di questo libro non mi sento nemmeno di dire "quel personaggio lo odio, quello invece mi piace" perché sono talmente poco definiti che mi hanno lasciata del tutto indifferente. Allo stesso tempo non sono mal descritti e non contengono contraddizioni al loro interno, perciò non posso considerarli nemmeno mal descritti, semplicemente non mi hanno aiutata minimamente ad avere un interesse qualunque a continuare la lettura.

Sullo stile ho cambiato idea con l'andare avanti nella lettura. Inizialmente avevo pensato fosse adatto al periodo di ambientazione del romanzo, successivamente ho pensato invece che fosse solo noioso. Probabilmente, ad un certo punto. avevo superato il livello di sopportazione della trama e non ho più potuto apprezzare nemmeno lo stile essendo molto lento e noioso a sua volta.

L'ambientazione era una delle caratteristiche che più mi interessavano prima della lettura; leggere di luoghi della nostra Italia per come si presentavano nel 600 mi affascinava molto ma, anche questa volta, sono rimasta delusa. Il protagonista descrive solo particolari macabri come, ad esempio, dei morti impiccati e simili e non si sofferma sulla geografia dei territori. La parte di Ravenna, che è la mia città e perciò era quella che più mi interessava, mi ha delusa enormemente anche sotto questo punto di vista.

L'atmosfera non viene resa per niente; l'autore non si sofferma minimamente sui punti importanti della storia e parla troppo velocemente di tutto. Sono pochissimi i punti dove si percepisce qualcosa e solo perché l'autore dichiara platealmente le intenzioni dei personaggi.

Ho impiegato un mese per finire questo libro, considerando che sono una lettrice molto veloce è come dire che ci ho messo un'eternità, questo perché il ritmo non era lento ma lentissimo e al mare preferivo dormire piuttosto che andare avanti con la lettura, cosa che mi capita solamente con i libri più scadenti. In più, di solito, se un libro che leggo al mare mi sta durando tanto, inizio a leggerlo anche a casa per finirlo e poterne cominciare un altro, questo però mi avvinceva così poco che non sono mai riuscita a convincermi a farlo se non all'ultimo, per togliermi il supplizio.

Per quanto riguarda la struttura dal punto di vista del racconto in sé non c'è niente di male, io penso, però, che sa dia spazio a troppe cose e poco spazio ad ogni racconto preso singolarmente; avrei preferito leggere 3 libri piuttosto ma tutti specifici di avvenimenti storici realmente avvenuti, in modo da imparare di più. 

Dalla mia recensione potrete ben capire che non lo consiglio a nessuno. Mi rimane la tristezza di non essere riuscita ad apprezzare questo libro che è, tra l'altro, il primo ma non l'unico di Marco Salvador che ne ha pubblicati altri dello stesso genere negli anni. Magari i suoi libri successivi avranno una connotazione storica più importante, purtroppo la brutta esperienza con "Il longobardo" mi porta a pensare che non leggerò mai nient'altro di questo autore.

Citazioni

"Era dalla sera in cui avevo cenato con i mercanti che non toccavo una goccia di vino e ne sentivo il desiderio. Invece, sul tavolo, c'erano solo anforelle con quella specie di orina schifosa che i longobardi chiamano birra."

"Chi non è stato in uno dei luoghi dove le città relegano i colpiti dall'immonda malattia che divora il corpo giorno dopo giorno, non può sapere cosa fa più inorridire. Non sono i visi deturpati, privi di naso, orecchi o guance, non le mani ridotte a monconi o le ossa che spuntano dalle cancrene. No. Ciò che atterrisce è la disperazione, la morte continua e lenta, con i suoi rantoli, contorcimenti, urla e ansiti; il vedere moribondi coprire di terra e pietre morti che forse tali ancora non sono. E il lezzo, diverso da ogni altro. È simile a quello dei campi di battaglia, ma peggiore: odore di sangue e viscere che imputridiscono mentre sono ancora intrisi di vita."

"Chi è stato un ubriacone come lo fui io, mi può capire bene. Passato l'effetto del vino, se non si beve di nuovo, malessere e tremori si impadroniscono delle tue membra e ti pare di morire. Stessa cosa accade a chi, dopo aver vissuto lunghi momenti di paura o dolore, se ne trova d'improvviso liberato."

"Ma torniamo all'ordine degli eventi e mi sia perdonata qualche riflessione personale che prende strade lunghe per giungere a mete vicine. È il vizio dei vecchi, che in tal modo cercano di dimostrare di non essere vissuti invano."

"La beffa riuscita ci causò una frenesia gioiosa; infatti, a chi sta nelle tenebre, anche la luce di una minuscola lucerna pare un sole."

"Non serve qui che io descriva come fu la guerra. Hanno tutte lo stesso odore di sangue, di budella e cervelli sparsi a terra, di carne in putrefazione. Su tutti i campi di battaglia ci sono nugoli di mosche sui cadaveri, grossi corpi che strappano gli occhi e fuggono all'arrivo dei cani selvatici che leccano il sangue rappreso dei morenti che implorano aiuto e urlano di dolore, gli scoppi fetidi provocati dai ventri degli insepolti anneriti e gonfiati dal sole. E come sempre ci furono prodi che divennero pavidi per un attacco di panico e codardi che, presi dal terrore, si trasformarono in eroi. La paura fu sorella di tutti, ma noi riuscimmo a celarla dietro l'orgoglio e l'ardimento."

"Ciascuno deve essere fautore della propria felicità, ma non deve mai credere di poter esserne portatore, perché all'uomo è impossibile eliminare la parte oscura che è in lui, i sotterranei moti che rendono il bene degli altri sempre secondo al proprio."

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