Trama in breve

Un testimone della morte di Stalin rivela un'informazione, rimasta sconosciuta fino a quel momento; qualcosa gli è stato rubato mentre il leader era in punto di morte, qualcosa che potrebbe cambiare l'andamento del corso della Storia.

Dedica

Alla memoria di Dennis Harris (1923-1996) e per Matilda.

Incipit

Una notte di tanto tempo fa - prima che tu nascessi, ragazzo - sul retro di una grande villa di Mosca, una guardia del corpo era di turno in Veranda. Era una notte fredda, senza luna e senza stelle, e la guardia fumava anche per scaldarsi, tenendo le sue grosse mani da ragazzo di campagna a coppa attorno al lungo filtro di cartone di una papirosa georgiana.

Recensione

Secondo libro che leggo di Robert Harris. Di questo autore ho letto anche "Pompeii", libro letto l'anno scorso più o meno in questo periodo e che non ho apprezzato particolarmente.

Prima di tutto specifico che Robert Harris è un autore di romanzi spesso legati alla storia e non ha niente a che fare con Thomas Harris autore di libri come "il silenzio degli innocenti" e simili, questo perché mi è capitato di leggere di errori fatti a questo riguardo. Ovviamente, da questo momento in poi, quando nominerò Harris in questa recensione, mi riferirò a Robert, autore di questo romanzo.

Che dire, conosco solo superficialmente le trame dei libri di Robert Harris ma mi ispirano tutte tantissimo. Pompeii l'ho trovato in una bancarella del mercatino dell'usato e mi sono detta "perché non provare dato che le trame mi ispirano così tanto?" e l'ho comprato. Quando ho iniziato a leggere Pompeii, però, mi sono pentita quasi subito dell'acquisto; lo stile non mi piaceva, la trama mi ha annoiata e i riferimenti storici veri e propri erano davvero pochi, non sono bastati a rendere utile la lettura del libro. 

Poi ci sono ricascata. Prima di tutto io penso che per farsi un'idea vera e propria di un autore bisognerebbe leggere più di una sua opera e poi quel maledetto mercatino dell'usato non faceva altro che tentarmi, perciò ho deciso di comprare "Archangel". A quanto pare questo libro è piuttosto conosciuto, soprattutto in Inghilterra, ma sinceramente io non l'avevo mai sentito nominare, perciò non avevo idea di cosa parlasse, complice il fatto che odio con tutto il cuore leggere anche solo la sinossi di un libro perché voglio evitare, ad ogni costo, gli spoiler.

Ho deciso, quindi, di iniziarlo alla cieca portandomelo al mare, dove di solito tendo ad essere più indulgente nelle letture dei romanzi che non amo particolarmente. Con mia grande sorpresa, ho trovato subito più gradevole il suo stile, anche se non rientra sicuramente tra i miei preferiti. Cercando su wikipedia, ho notato che Archangel è stato scritto esattamente prima di Pompeii perciò trovo difficile pensare che la scrittura di harris sia addirittura peggiorata tra la stesura di un romanzo e l'altro, perciò è possibile che il mio metro di misura si sia modificato oppure che la traduzione riscontrata in Pompeii non mi sia stata particolarmente gradita, non saprei dire. Fatto sta che ho trovato questo romanzo ben scritto, anche se l'autore non riesce a creare in maniera eccellente quella voglia di girare le pagine velocemente, caratteristica che solitamente hanno libri di questo genere.

Subito dopo, sono rimasta colpita anche dalla trama, che entra assolutamente nella gamma delle mie preferenze. In più, era diverso tempo che volevo affrontare la lettura di un romanzo ucronico e, così, finalmente l'ho fatto. L'ucronia è un elemento che, solitamente, associo ad una branca della fantascienza ma che, effettivamente, si associa ancora meglio al romanzo storico. Si tratta, infatti, di una trama basata sulla Storia che tutti conosciamo, ma modificata rispetto a quella realmente accaduta. In questo caso, la parte di storia diversa è quella sulla morte di Stalin e, appena l'ho scoperto, sono stata subito attirata dal romanzo. In realtà, lo sviluppo della trama è stato diverso da quello che mi aspettavo perché, effettivamente, questo romanzo non rientra in una categoria univoca: non è veramente storico perché ambientato molti anni dopo la morte del leader russo, non è propriamente thriller perché manca il ritmo serrato e "il caso" vero e proprio; diciamo che è un ibrido di diversi generi. La trama, tutto sommato, non mi ha delusa e l'ho trovata particolarmente originale.

La parte del romanzo storico è quella che ho apprezzato di più; tutte le nozioni storiche del protagonista sono state veramente utili ad inquadrare una ideologia che, finora ho conosciuto davvero poco. Ho riscontrato, perciò, una certa utilità nella lettura di questo libro. 

I personaggi non sono particolarmente approfonditi, riscontro in Harris una volontà di farlo; ci dice anche informazioni personali sui protagonisti e li fa riflettere anche sulla loro vita privata ma, in realtà, alla fine della lettura non ci sembra di averli conosciuti particolarmente bene. I dialoghi riflettono lo stesso modello; alcuni sono apprezzabili, altri non aggiungono niente, ma non si leggerà niente che ci possa far conoscere realmente l'anima dei protagonisti.

La struttura del romanzo è buona, si regge in piedi senza problemi, le carte vengono svelate piano piano senza fretta, ci sono colpi di scena adeguati alla trama; niente da eccepire a riguardo.

Riguardo all'ambientazione, devo dichiararmi basita. Harris è uno scrittore inglese e, per ora, due libri su due sono ambientati in luoghi diversi che vengono, però, descritti in maniera così fluente da sembrare che l'autore li conosca con precisione. Sia nel caso di Pompeii (ambietato in Italia) sia in quello di Archangel (ambientato totalmente in Russia) si vede bene il luogo e non si ha l'impressione di vederlo con un occhio esterno, come potrebbe sembrare quello di un autore che appartiene ad una diversa nazionalità. In questo, devo dare particolare atto ad Harris, di una capacità che non sempre è presente negli autori. Non garantisco, ovviamente, che le indicazioni date dall'autore siano precise, però mi hanno fatto vedere i luoghi in maniera vivida e personale e questo, per me, è già moltissimo.

L'atmosfera, invece, non è resa come vorrei. Trattandosi di un libro che, in qualche modo, si avvicina al thriller, contiene molte scene in cui la suspense poteva essere decisamente più evidenziata. Lo stesso discorso vale anche per tutti gli altri momenti; tristi, divertenti, tesi.. tutto viene ben descritto ma il lettore non prova nulla durante la lettura, se non interesse nell'andare avanti con la trama.

Considerando il tutto mi sento di consigliarlo a tutti. Non si tratta di una lettura di cui non si può fare a meno, ma può essere un buon libro di svago tra letture più impegnative che, in più, dà informazioni maggiori riguardo alla figura di Stalin e a come viene vista in Russia. 

P.s. a breve visionerò anche il film del 2005 che vede Daniel Craig come protagonista e, in seguito, vi racconterò anche le differenze che intercorrono tra libro e film.

Trama completa (con spoiler)

Kelso, storico inglese chiamato dagli amici Fluke, viene a conoscenza dell'esistenza di un quaderno di Stalin. Il quaderno, sottratto al capo di Stato in punto di morte, sarebbe sepolto in una Villa di Mosca. L'uomo decide di cercare la Villa e trovare il diario e, per scoprire qualcosa di più, si rivolge a Mamantov uomo che serviva fedelmente Stalin.

Fluke riesce a capire dove si nasconde il diario e corre a cercarlo, si accorge, però, che qualcuno l'ha trovato prima di lui. Lo storico pensa subito sia stato Rapava a dissotterrarlo, cioè l'uomo che gli ha raccontato dell'esistenza del diario.

Kelso cerca Rapava e, non sapendo come rintracciarlo, chiede aiuto alla figlia dell'uomo; Zinaida. Una volta giunto alla casa dell'uomo, però, Kelso lo trova morto e vittima di torture. Fluke decide, così, di rivolgersi alla polizia russa che, in questo modo, viene a conoscenza dell'esistenza del diario.

Lo storico decide di tornare a casa e abbandonare la ricerca del diario ma, prima della partenza, incontra Zinaida che lo informa di sapere dove si trova il diario e gli dice di aver bisogno del suo aiuto. Loro due insieme al reporter americano O'Brien trovano il diario e scoprono che non è stato scritto da Stalin, bensì da una donna richiamata dal capo di Stato da un luogo chiamato Archangel.

I due uomini partono per il paesino sperando di trovarvi la donna, ormai anziana. Zinaida viene, invece, fermata dalla polizia, che vuole sapere dove si trovano Kelso e il diario di Stalin e, alla fine, lei cede e racconta tutto.

Kelso e il giornalista trovano Archangel e scoprono che la ragazza del diario è morta ma che, prima di morire, ha partorito un figlio; il figlio di Stalin. I due, continuando la ricerca, riescono a trovare l'uomo che, però, vive allo stato brado all'interno di una foresta ed è molto pericoloso.

Nel frattempo anche la polizia giunge sul luogo e decide di eliminare tutti e tre gli uomini ma, il figlio di Stalin li uccide tutti, tranne uno.

I tre uomini scappano in barca e si dirigono verso la stazione dei treni ma, all'ultimo minuto, Kelso riesce a lasciare indietro il figlio di Stalin, consapevole del fatto che quell'uomo è un assassino pericoloso.

Si scopre, una volta sul treno, che sia Stalin Junior che Mamantov sono saliti con loro e che il reporter, in combutta con Mamantov, ha già fatto trapelare la notizia dell'esistenza dell'erede di Stalin.

Zinaiada, però, giunge alla stazione del treno pronta a sparare, per vendicare la morte di suo padre.

Citazioni

Come è facile accorgersi se un film è fuori sincrono, anche se solo di una frazione di secondo, così a Mosca è difficile sbagliarsi se si ha l'impressione di essere pedinati.

La storia dovrà oggettivamente ammettere che Stalin aveva ragione. Da una prospettiva soggettiva può sembrare crudele, addirittura perverso, ma la gloria di un uomo va valutata da un punto di vista oggettivo, e la sua è stata una statura eccelsa, di gran lunga superiore a quella degli altri. Sono fermamente convinto che, una volta ristabilita la giusta prospettiva, si tornerà a erigere statue di Stalin.

Col cazzo che è la fine della Storia, pensò. Quella era la città della Storia, la Russia era il maledetto paese della Storia. Sporse il capo dalla finestra, al freddo, per vedere quanto più possibile della città fino alle tenebre dell'orizzonte. Se un russo su sei considerava Stalin il più grande dei governanti significava che lo stesso Stalin poteva contare su circa venti milioni di tifosi( molti di più, ovviamente, erano quelli del Beato Lenin). E, anche a voler dimezzare quella cifra, limitandola agli ammiratori più sfegatati, si era pur sempre nell'ordine di dieci milioni di persone. Dieci milioni di stalinisti nella Federazione russa, dopo quarant'anni di denigrazione? Mamantov aveva ragione, era una cifra strabiliante. Perché, Cristo, se un tedesco su sei avesse sostenuto che Hitler era stato il più grande statista della Germania, il "New York Times" non si sarebbe accontentato di dedicare all'argomento un editoriale: l'avrebbe sbattuto in prima pagina.

Vedo che un paio di colleghi mostrano di non gradire particolarmente queste mie osservazioni. Li invito, allora, a trarre conclusioni da questa ulteriore osservazione: non vi è alcun dubbio che è Stalin, e non Hitler, il personaggio più allarmante del ventesimo secolo. Dico questo... Dico questo non solo perché Stalin ha ucciso più esseri umani di Hitler, come in effetti si è dimostrato. Lo dico perché a differenza di Hitler, Stalin non è ancora stato esorcizzato. E anche perché Stalin, a differenza di Hitler, non è stato il frutto di un'eruzione isolata e spontanea. Stalin si inquadra in quella tradizione di governo legittimato dal terrore che lui ha perfezionato e che potrebbe ripetersi. È il suo, non quello di Hitler, il fantasma che dovrebbe allarmarci.

-"La gratitudine è una malattia che colpisce i cani-" commentò, citando Stalin.

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