Memorie di una casa morta

Di Fëdor Dostoevskij
Voto: 8,5
Prima edizione: 1861
Numero di pagine: 412
Editore: BUR
Consigliato: Ni

Tags: Classico, Russo, Basato su storia vera, Sociale
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Trama in breve

Dostoevskij racconta in questo libro ciò che succedeva ai condannati ai lavori forzati in Siberia. Avendone fatto esperienza egli stesso, riesce a rendere nel migliore dei modi ciò che i detenuti provavano e speravano ai quei tempi. La sua capacità di raccontare e scrivere in questo romanzo vengono tutte demandate alla trasmissione di informazioni che possiamo ricavare solo dalla viva voce dei testimoni di quei tempi e di quei luoghi.

Incipit

Nelle lontane regioni della Siberia, fra le steppe, i monti e le foreste impraticabili, s'incontrano di tanto in tanto piccole città di un migliaio o, a dir molto, due migliaia di abitanti, città di legno, meschine, con due chiese - una in città, l'altra al cimitero - e somiglianti più a un buon villaggio alle porte di Mosca che a città. 

Recensione

La letteratura russa è, in assoluto, quella che amo di più e Dostoevskij è l'autore russo che preferisco; ho letto quasi tutto ciò che ha scritto e lo trovo geniale, leggerò e rileggerò i suoi libri sempre, senza stancarmene mai.

Memorie di una casa morta era un libro che ancora mi mancava e ne ho iniziato la lettura con aspettative altissime, come per tutti i libri di Dostoevskij. Come sempre l'autore non delude però questo romanzo non è, secondo il mio modestissimo parere, uno dei suoi migliori.

Lo stile di Dosto (scusatemi ma siamo amici da anni; mi sono guadagnata di chiamarlo con un diminutivo) è sempre perfetto; si tratta di quel genere di scrittura che, come ho già detto di altri autori, porterebbe a rendere un capolavoro anche la più immane schifezza perché solo questo per me rende qualunque livello di fatica. Lui era nato per scrivere e ha scritto; un dono che è stato sfruttato nel giusto modo e lo ringrazio per averci dato la possibilità di leggere così tanti romanzi e racconti scritti da lui. Lo stile è l'elemento di coesione di ogni sua opera e ciò che lo contraddistingue maggiormente.

Un altro particolare che ho riscontrato in ogni libro di questo autore, sebbene sia presente in livelli differenti a seconda di ciò di cui si parla nel testo, è l'utilità della lettura. Leggere un libro di Dostoevskij non è come leggere un romanzetto che magari ti fa passare il tempo, ti diverte e ti appassiona; leggere Dosto vuol dire fare qualcosa che ti cambia, che ti migliora. Se lo si legge e si riesce ad entrare dentro al libro, gli spunti di riflessione bastano già per dare un senso alla lettura del libro. In questo caso si tratta di un libro atipico per l'autore; l'utilità qui sta più nelle informazioni pratiche che in quelle riflessive.

Nelle citazioni che inserisco in ogni citazione cerco sempre di inserire brani che contengano la spiegazione dei concetti chiave del libro che sto recensendo e le frasi migliori, scritte meglio e più incisive. Il problema che si prospetta con Dostoevskij è che ogni frase, ogni parola, ogni riga andrebbe citata perché trasmette qualcosa. Ho scelto, perciò, le parti che estrapolate dal contesto possono comunque far capire a chi non ha letto il libro il senso di ciò che l'autore ha scritto.

La trama, infatti, è ispirata alla realtà; Dostoevskij ci racconta, attraverso l'utilizzo del "manoscritto ritrovato", dell'esperienza vissuta nelle carceri della Siberia dove era stato spedito dopo essere stato accusato di far parte di una società segreta sovversiva. Attraverso personaggi che l'autore potrebbe avere davvero conosciuto, scopriamo come funzionavano durante il periodo di detenzione di Dostoevskij i famosi lavori forzati della Siberia di cui abbiamo sentito parlare in molti libri e film. Io non conoscevo nessuna informazione al riguardo e ho trovato questo libro molto interessante sotto questo aspetto. Dal punto di vista, però, dello svolgimento vero e proprio della trama queste pagine non sono le migliori scritte da Dosto; Conosciamo molti personaggi, impariamo molte cose, però non succede qualcosa di effettivo che ci faccia girare le pagine per vedere come va avanti. L'autore scrivendo questo libro aveva un obiettivo; quello di farci conoscere una realtà che veniva e viene ignorata da chi non ha vissuto sulla propria pelle quella esperienza e non ha dato importanza a romanzare il racconto, rendendolo il più oggettivo possibile, sebbene raccontato sotto un punto di vista differente da quello vissuto da lui. Ritengo che Dostoevskij non avesse intenzione di rendere più appetibile la trama e che, quindi, questo non possa essere considerato un lato negativo è, però giusto segnalarvi che, per quanto interessante sotto molteplici punti di vista, il libro non si sviluppa in maniera tale da rendere intrigante la storia per ciò che succede.

L'ironia è sempre presente nei libri di Dostoevskij; in questo caso è più riscontrabile nella parte iniziale; cioè quella romanzata dove si racconta del ritrovamento del manoscritto che poi leggeremo. Nel resto del libro questo elemento c'è ma è meno marcato rispetto ad altri libri dell'autore perché l'argomento ne richiedeva, senza dubbio, un utilizzo minore e più centrato.

I personaggi, come saprà chi ha letto altro di Dosto, sono sempre una certezza. Vividi, reali, mai stereotipati. Non solo derivanti da un autore capace di descrivere ma anche da una persona in grado di immedesimarsi negli altri, una persona curiosa che non si sofferma alla superficie di ciò che si vede ma va avanti e scava nella coscienza di ognuno. Ognuno è descritto come se fosse un personaggio importante, ognuno è definito, ognuno è inquadrato. Ci è assolutamente impossibile non pensare di conoscerli nell'intimo, di capirli e magari anche di immedesimarci in qualcuno di loro o rivederci amici e parenti eppure, parlando di carcerati con crimini anche gravi sulla coscienza, questo era veramente difficile da realizzare. Legato a questo c'è anche il messaggio che l'autore vuole mandare che arriva a tutti; i forzati, qualunque delitto abbiano commesso, sono pur sempre persone; con desideri, speranze, qualità, difetti e paure; persone che possono piacere o non piacere ma fanno comunque parte del mondo ed è loro diritto essere raccontati e conosciuti dai lettori.

L'ambientazione è chiarissima; sembra di essere dentro il carcere; si vedono le celle, si notano le capigliature e le divise, si conosce ogni pelo di Pallino il cane, Ogni antro buio, ogni nascondiglio. Stessa cosa vale per l'atmosfera; non ci sfugge mai ciò che provano i detenuti; ci rallegriamo nei momenti di festa, ci agitiamo prima delle punizioni corporali, ridiamo delle scaramucce create ad hoc per divertire i compagni e ci rattristiamo alla scoperta di cattive notizie. Dostoevskij riesce a farci vivere, nel modo più reale possibile, questa esperienza terribile che segnerà per sempre la vita dei suoi compagni e che noi potremo conoscere (fortunatamente!) solo tramite la lettura di queste pagine.

Come ho già detto all'inizio della mia recensione io amo Dostoevskij e penso che ogni suo libro sia una perla, per questo motivo dovrei mettere ogni suo scritto come consigliato; però in questo caso preferisco dirvi che lo consiglio solo a chi ha già letto altro dell'autore (e l'ha apprezzato) e ha voglia più che di un romanzo di un saggio; qualcosa che vi dia informazioni e vi faccia scoprire cose nuove che non conoscevate piuttosto che qualcosa che vi intrattiene e vi trasporta per la sua trama. Fermo restando, però, che Dosto è uno di quegli autori per cui prima o poi il momento deve arrivare; ognuno lo potrà leggere ad un'età diversa ma è una lettura che va assolutamente fatta almeno una volta nella vita.

Citazioni

Ma da questa parte del recinto ci si immaginava quel mondo come una qualche impossibile fiaba. Qui c'era un particolare mondo a sé, che non rassomigliava a nessun altro; qui c'erano delle leggi particolari, a sé, fogge di vestire a sé, usi e costumi a sé, e una casa morta, pur essendo viva, una vita come in nessun altro luogo, e uomini speciali.

L'uomo è l'essere che a tutto si abitua, e io penso che sia questa la sua miglior definizione.

Spesso un uomo sopporta per alcuni anni, si placa, subisce i più crudeli castighi, e tutt'a un tratto esplode per una qualche piccolezza, per una qualche bazzecola, quasi per nulla.

Sì, il delitto, a quanto pare, non può essere concepito da punti di vista fissi, bell'e pronti, e la sua filosofia è alquanto più difficile che non si supponga. Certo, i reclusori e il sistema dei lavori coatti non correggono il delinquente; essi lo puniscono soltanto e preservano la società da ulteriori attentati del malfattore alla sua sicurezza. Nel delinquente poi il reclusorio e i lavori forzati più intensi non sviluppano altro che l'odio, la sete dei piaceri proibiti e una terribile spensieratezza.

Il contadino in libertà lavora magari senza confronto di più, a volte perfino la notte, specialmente d'estate; ma lavora per se medesimo, lavora con uno scopo ragionevole, ed egli si sente incompatibilmente meglio del forzato nel suo lavoro coatto e per lui del tutto inutile.

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