Scompartimento n. 6

Di Rosa Liksom
Titolo originale: Hytti nro 6
Voto: 4
Prima edizione: 2011
Numero di pagine: 152
Editore: Iperborea
Consigliato: No

Tags: Contemporaneo, Finlandese, Viaggio
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Trama in breve

Ambientato sulla Transiberiana, il libro ci racconta del viaggio di due sconosciuti che si trovano a dovere condividere il tragitto all'interno dello scompartimento n. 6.

Incipit

Mosca si rannicchiava nella gelida e secca sera di marzo per proteggersi dal contatto del sole al tramonto, rosso e freddo. La ragazza salì sull'ultimo vagone, in coda al treno, cercò il suo scompartimento, il numero sei, e tirò un profondo respiro.

Recensione

Leggere un libro che non mi piace è sempre una sconfitta; in questo caso ne sono ancora più dispiaciuta perché sono convinta di non essere riuscita a catturarne l'essenza, quel qualcosa che mi avrebbe fatto capire il perché valeva la pena di leggerlo.

Ho cercato sia negli aspetti tecnici che in quelli emotivi, eppure, non ho trovato niente di positivo che mi sia rimasto di questa lettura, ho lasciato che le idee al riguardo riposassero un po' e riuscissero a scavare di più in quello che ne penso ma, ora, è il momento di dire la verità: non mi è affatto piaciuto.

Essendo un libro che parla di un viaggio, l'elemento per cui avevo aspettative maggiori era, senza dubbio l'ambientazioneAspetto fondamentale per il genere che, in questo caso, avrebbe già dato un motivo alla lettura del romanzo, rendendolo interessante nonostante tutto.

Purtroppo, però, la descrizione è forse ciò che, in assoluto, ho apprezzato meno del libro. Ovviamente, non c'è un modo giusto per descrivere un ambiente; molti sono gli scrittori e moltissimi i loro modi di scrivere e, do per scontato, che non tutti coloro che leggeranno il libro saranno d'accordo con me al riguardo perché la mia opinione, per quanto voglia essere oggettiva, sarà sempre influenzata da ciò che apprezzo io. Oggettivamente parlando non si può dire che l'autrice non dia una grande importanza all'ambientazione, anzi, ci sono pagine su pagine che la descrivono e cercano di farti entrare nel mondo del libro. Il problema è rappresentato dal modo in cui questo viene fatto; ci sono elenchi veri e proprio di oggetti e cose, come in una lista della spesa. Io alla seconda riga di pura elencazione, sinceramente, perdo tutta la poesia e non riesco proprio più ad immaginarmi nulla e, ciò che leggo, comincia a sembrarmi più una serie di cose da imparare a memoria piuttosto che un paesaggio. Non sempre le descrizioni sono ad elenco (anche se ciò accade veramente moltissime volte), ma anche nei momenti più fluenti non sono riuscita ad apprezzare abbastanza quelle descrizioni, da compensare la noia nel leggere così tante parole divise da virgole.

Ahimè, anche lo stile dell'autrice in generale non mi ha entusiasmata. Non penso che Liksom scriva male e, anche in questo caso, mi sento di dire che si tratta prettamente di un'opinione soggettiva, ma l'ho trovata davvero fredda, asettica, priva di emozione e, perciò, non mi induceva a continuare nella lettura e mi rendeva più sgradevoli gli aspetti, già non particolarmente apprezzati, del libro.

L'atmosfera che percepivo era, a dire la verità, anche adatta al romanzo, trattandosi di luoghi freddi e sconosciuti, ma da quanto ho capito, anche leggendo la postfazione del libro, non era questo l'intento dell'autrice e, quindi, anche qui, mi trovo costretta a non apprezzare molto questo aspetto.

I personaggi principali sono due; anche altri vengono introdotti e descritti ma hanno un ruolo talmente marginale che penso possano non essere considerati in questa mia recensione. Uno dei due personaggi, rappresenta l'autrice stessa, più che altro spettatrice; viene approfondita ben poco, nonostante vi siano numerosi flashback della sua vita. L'altro personaggio è il suo compagno di scompartimento; in questo caso un tentativo di descrizione c'è, ma per quanto capiamo molto cose riguardo al come appare e come si comporta, personalmente non sono riuscita affatto ad inquadrarlo come persona. Non l'ho ritenuto credibile, mi è sembrato un personaggio di passaggio, che non lascerà mai niente nella storia. Fosse stato secondario, ovviamente, non ci sarebbe stato nulla di male, ma trattandosi del personaggio maggiormente descritto, non l'ho trovato assolutamente approfondito a sufficienza.

Nella letteratura da viaggio, non ritengo che la trama sia fondamentale; perciò non avevo grosse aspettative al riguardo. Nonostante ciò, è talmente breve e povera di contenuti da necessitare, per forza, di menzione. Sicuramente, se gli altri aspetti sopra descritti mi fossero piaciuti, non avrei dato il benché minimo peso a questo elemento; però effettivamente quando si legge un libro che non ti piace, avere almeno una storia a cui interessarti non sarebbe male.

Nonostante tutto, il ritmo non è lentissimo. Il libro si legge bene, anche se non entusiasma. 

Infine, riguardo alla struttura, voglio solamente dire che, a parer mio, i flashback non sono costruiti bene e tagliano il racconto in maniera tale da deconcentrare il lettore. A lungo andare ci si abitua e, forse, migliora anche, ma non ho apprezzato e mi è particolarmente dispiaciuto perché, solitamente, la presenza di flashback rende ancora più gradevole ed interessante la lettura di un libro.

Per tutte questa ragioni non lo consiglio. Penso che il libro possa piacere ad altri lettori ma, non essendo riuscita a capirne il valore, non saprei proprio a chi indicarlo.

Citazioni

E così, si allontana Mosca nel suo manto invernale, la città blu acciaio riscaldata dal sole della sera. 

Non è facile per me, non mi piace per niente picchiare, ma va sempre a finire così. Avrò bene il diritto di parlare in casa mia, e di essere pure trattato con rispetto, quelle rare volte che ci metto piede!

Mi sono sempre chiesto perché i fidanzati amano le loro fidanzate e i mariti odiano le loro mogli. Appena firmato l'atto di matrimonio, il fidanzato si trasforma in marito e l'insoddisfazione comincia a roderli. Lei pensa che quando avranno un po' più di comodità tutto si aggiusterà. Che è solo questione di un fornello, un accappatoio nuovo, una fioriera., una pentola senza ammaccature o un servizio da tè di porcellana. Il marito marito da parte sua pensa che andando a puttane la sopporterà meglio.

Noi uomini siamo dei buoni a nulla. Le donne se la cavano molto meglio sole. Di noi non ha bisogno nessuno. A parte altri maschi. 

Le ragioni della nostra angoscia sono di due tipi: o vogliamo ma non possiamo, o possiamo ma non vogliamo.

Sinossi ufficiale

Mosca, anni ’80, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, in Mongolia, due estranei si trovano a condividere lo stesso scompartimento: una timida e taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall’inesauribile sete di vodka. Nell’intimità forzata del piccolo spazio chiuso la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma con l’irriducibile passione per la vita di chi si aggrappa agli istinti bruti per non cedere al vuoto che lo circonda. Vede il fallimento del sogno sovietico, la deriva della grande madre Russia, ma non può che difenderla con la disperazione di un amore deluso. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita, uno studente che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l’hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande senza risposta nella terra che l’ha sedotta. È l’anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nei villaggi divorati dal degrado e dalla taiga innevata, nelle città chiuse dei deportati e degli scienziati, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo. Con un realismo crudo che trasuda poesia, Rosa Liksom racconta l’incontro tra due destini, tra l’universo maschile e femminile, ma soprattutto il viaggio attraverso la fine di un impero che sembra sciogliersi in fanghiglia ai primi segni del disgelo, nel cuore di un popolo disilluso e fiero, rude e sentimentale, rassegnato e ribelle, che vive nella perenne nostalgia del passato e del futuro, nell’eterno sogno cechoviano “A Mosca! A Mosca!”.

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