Il Master di Ballantrae

Di Robert Louis Stevenson
Voto: 8,5
Prima edizione: 1888
Numero di pagine: 251
Editore: Garzanti
Consigliato: Si

Tags: Classico, Scozzese, Avventura, Storico, Film/Telefilm
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Trama in breve

Il Master di Ballantrae è è il fratello maggiore della famiglia, il destinato ad ereditare tutti gli averi del padre. Un giorno, però, il tiro di una moneta, cambierà per sempre la sua vita e quella del fratello, destinandoli ad un'eterna battaglia.

Dedica

A

Sir Percy Florence

e Lady Shelley

Incipit

Quantunque da lungo tempo viva in volontario esilio, il curatore delle pagine che seguono torna di tanto in tanto nella città in cui è fiero di avere avuto i natali, ma poche cose sono più singolari, dolorose o salutari di questi ritorni.

Recensione

Una breve introduzione che tanto breve, poi, non è.

Robert Louis Stevenson è stato il primo autore classico di cui mi sono innamorata. Come sapranno coloro che hanno letto la mia recensione de L'isola del tesoro, ho uno stretto rapporto con quel libro, l'ho letto davvero moltissime volte e, ad oggi, quando devo indicare un unico romanzo come preferito, scelgo lui, perché per me ha un valore affettivo enorme.

Un aspetto che mi contraddistingue, e che forse molti di voi avranno già notato, è l'importanza che do all'autore piuttosto che alla singola opera; se c'è un libro di un autore che apprezzo molto, voglio leggere tutte le sue opere, alla ricerca del percorso che l'ha portato a scrivere quel determinato romanzo. È così, dunque, che una ragazzina, (non ricordo perfettamente quando, ma è stato sicuramente prima della maggiore età, perciò almeno dieci anni fa, forse anche quindici) ha iniziato a leggere Il Master di Ballantrae di Robert Louis Stevenson non avendo minimamente idea di cosa stava per affrontare.. Tutto ciò che sapevo era che questo romanzo era stato scritto dallo stesso autore de L'isola del tesoro e, per questo, io dovevo assolutamente leggerlo.

Ora, non conosco il vostro pensiero al riguardo, ma la mia idea di Stevenson è questa: L'isola del tesoro è un romanzo orientato verso un pubblico giovanile (anche se si tratta di un livello qualitativo di un qualunque altro classico) ma, non tutte le sue opere sono così. Il Master di Ballantrae è un romanzo ben diverso, più difficile da comprendere e più complesso sotto diversi punti di vista. Non adatto, quindi, allo stesso pubblico de L'isola del tesoro.

Quando ripenso, perciò, alla mia prima lettura di questo romanzo, mi viene da sorridere. Una ragazza che si ritiene più matura dei suoi coetanei che si imbatte in un libro per cui, effettivamente, non è pronta. La ragazza inizia il libro e si accorge subito della differenza con L'isola del tesoro ma, non solo non si perde d'animo; lo divora. La me del passato nascondeva il libro nella scrivania, per poterlo leggere di nascosto nei momenti in cui la madre non la controllava fare i compiti ed era totalmente catturata da questo romanzo, sebbene io creda con il senno di poi, di non che, in effetti, quella ragazza non abbia potuto capire bene la lettura scolta. La verità è che, pur essendo troppo piccola per capirlo, io avvertivo il genio dietro la scrittura; non mi importava se alcuni aspetti potevano sfuggirmi; ero stregata dall'uomo dietro al libro. 

Perché ho ripreso questo romanzo proprio ora? Finora non avevo deciso di rileggerlo perché, sebbene io abbia letto L'isola del tesoro, quasi una volta l'anno, ero letteralmente terrorizzata di non riuscire più ad apprezzare il Master di Ballantrae. Non ricordavo minimamente la trama, e l'unica cosa che mi veniva in mente era la lettura parossistica che ne avevo fatto in giovane età e l'inevitabile conclusione: mi era piaciuto tantissimo ma non avrei mai potuto raccontarne la trama decentemente. È stata un po' vergognoso per me sul momento; come potevo dire che un libro mi era piaciuto se nemmeno l'avevo capito interamente? All'epoca io non dividevo le caratteristiche di un libro come faccio ora; tutto era trama, il resto c'era ma era come una membrana, conteneva la storia, e, quest'ultima, era l'unica cosa che vedevo. L'unico aspetto che sapevo esistere all'interno di un libro. Quest'anno ho, però, superato la mia paura e la motivazione è semplice: ho deciso di rileggerlo perché ero in astinenza da Stevenson.

Dovete sapere che la differenza tra avere un blog e non averlo si sente eccome; viene naturale per chi, come me, ci crede, decidere tutto ciò che si fa in funzione sua. Questo ha fatto sì, perciò, che quest'estate nel classico momento in cui avrei ripreso L'isola del tesoro in mano per rileggerlo per l'ennesima volta, mi sia capitato di pensare ma perché leggerlo se sul blog la recensione esiste già? E così, l'ho rimesso giù.
La verità è che ho clamorosamente sbagliato a fare questa scelta perché, come sapete anche voi, quando un libro o uno scrittore ti sta chiamando tu devi assolutamente obbedire e, ad oggi, dopo pochi mesi dall'insano gesto, mi sono ritrovata nella stagione sbagliata per leggere L'isola del tesoro (che va letto tassativamente d'estate), ma con la necessità di leggere Stevenson ed ecco, finalmente, la svolta: mi rileggo il Master di Ballantrae! 

Questa enorme introduzione, magari noiosa, era per me necessaria, perché non capiterà mai, nella vita di un vero lettore (inteso cioè come un puro amante della Letteratura che vede nei libri più un bisogno che un hobby), che la lettura di un romanzo non sia influenzata da ciò che gli sta intorno. Era, quindi, fondamentale per me, farvi sapere tutto il contorno che esiste per me quando si parla di Stevenson.

Ed ora, per la felicità di coloro che amano che si arrivi al dunque, eccovi la recensione vera e propria.

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Robert Louis Stevenson era un genio della scrittura; non solo dimostra in ogni suo libro di saper scrivere bene ma riesce a riunire aspetti incredibilmente contrastanti e a rendere il suo stile del tutto inaspettato.
Con aspetti contrastanti intendo la sua capacità di utilizzare il linguaggio forbito, ricercato e anche altolocato, tipico del classico dell'800 e riuscirlo a rigirare con una tale spensieratezza (apparente) da renderlo fresco, moderno, nuovo. Banalmente, si potrebbe paragonare alla differenza che potrebbe esserci tra chi utilizza normalmente termini più ricercati, perché gli viene naturale e chi, invece, cerca di darsi un tono in particolari situazioni, risultando pomposo e artefatto.
I grandi autori dell'800 non avevano sicuramente bisogno di ricercare i termini sul dizionario, per potersi esprimere, ma dato che dietro alle loro opere si nasconde una cura e un lavoro che gli autori moderni solitamente non raggiungono nemmeno alla lontana, è inevitabile per il lettore amarli e adorarli ma ritenerli qualcosa di troppo alto da raggiungere. Victor Hugo, ad esempio, è un genio della scrittura, ma si pone da solo in un altare, si fa adorare come un idolo, non ci fa vedere le sue debolezze. Stevenson, invece, è il nostro compagnone. L'amico che ammiriamo immensamente ma che, allo stesso tempo, sembra non rendersi conto di quanto è ammirevole e degno di lode. Inconsapevolezza che ce lo rende più simpatico e, sicuramente, ce lo fa sentire più concreto, reale.

Ciò che ho trovato maggiormente difficile alla prima lettura, è stata la comprensione dell'esistenza di una sorta di doppia trama.
Quella vera e propria è quella che tratta di due fratelli e la loro vita vissuta nel conflitto, la sottotrama, ma che in realtà assume un ruolo fondamentale in alcuni punti del romanzo, è quella relativa la Storia.
Si tratta, infatti, di un romanzo storico, atipico per i giorni nostri ma molto in voga a quei tempi; un libro che presenta una storia che apparentemente non c'entra niente con il contesto storico ma che in pratica tocca le sue fasi principali e viene raccontata dall'autore proprio al fine di rievocare la Storia. Questa caratteristica mi ha ricordato in particolare modo La Certosa di Parma, uno dei pochissimi classici che ho letto e non apprezzato, in gran parte proprio perché la fusione di queste due trame è stata piuttosto manchevole (ovviamente per me, è d'obbligo specificarlo davanti ad un classicone che merita tutto il dovuto rispetto).
In generale, questa dicotomia non mi impazzire, pur rischiando gli insulti del lettori più classicolfili, mi spingo persino a dire che i romanzi storici del giorno d'oggi arrivano a piacermi di più sotto questo aspetto, perché fondono al meglio le due caratteristiche. Leggendo Il Master di Ballantrae come classico generico, è difficile non venire spiazzati dai momenti in cui la storia viene abbandonata per un apparente soliloquio sulla Storia vera e propria. Io, come sempre, contestualizzo, però, il momento in cui un romanzo viene scritto e, pur non rientrando tra le mie preferenze, trovo che Stevenson sia riuscito a fare un buon lavoro, molto meglio di quello svolto cinquant'anni prima dal suo collega francese. Ovviamente la mia parola non è legge; ciò che di oggettivo si sa è che La Certosa di Parma è un libro famosissimo, mentre Il Master/Signore di Ballantrae è conosciuto solamente dagli estimatori del genere classico, quindi, probabilmente, ciò che sto scrivendo va contro l'opinione più popolare.

Lo svolgimento è particolarmente Stevensoniano; tanta tanta tanta avventura, contornata da quegli aspetti più crudi che, ai tempi, erano piuttosto all'avanguardia e, solamente Stevenson e pochi altri hanno avuto il coraggio di inserire nei propri romanzi (e che non sono presenti nel mio amato L'isola del tesoro, dato che era destinato ai più giovani). Certo, se letti ora, i suoi scritti non sono affatto sconvolgenti sotto questo punto di vista; un qualunque ragazzino del giorno d'oggi ha videogiochi decisamente più violenti di ciò che potrà mai esserci scritto in un romanzo del XIX, quindi mamme non correte a nascondere i libri di Stevenson sullo scaffale più alto!!

L'atmosfera di un romanzo di questo autore è unica. Io la correlo automaticamente al suo stile; tu lo leggi ed eccoti dentro al romanzo, poco importa se si parla di una famiglia aristocratica scozzese o di una nave piena di pirati; tu sei lì con loro, lo senti. Come tutte le persone del mondo, io non riesco a dare solamente pareri oggettivi; è evidente che il mio rapporto con Stevenson è speciale e che, non necessariamente, si potrà provare, leggendolo, ciò che io vi racconto. Penso, però, che la sua capacità di farti entrare nel mondo da lui raccontato sia una dote oggettiva dell'autore, qualcosa che, se lasciata al suo corso naturale, ti trasporta dove lo scrittore desidera.

Circostanziare l'ambientazione è piuttosto complicato: dal punto di vista spaziale la vicenda si svolge in diversi luoghi, sebbene quello principale sia la casa scozzese della famiglia protagonista. Temporalmente, possiamo collocare la maggior parte della storia nella seconda metà del 1700, gli eventi fondamentali, infatti, iniziano nel 1745. Lo stesso Stevenson, prima dell'inizio del romanzo, ci parla della vastità di luoghi e anni considerati e, come non lasciare a lui il compito di raccontarsi?

Ecco un racconto che abbraccia un lungo arco di tempo e tocca numerosi paesi. Per una curiosa coincidenza anche la sua composizione venne iniziata, proseguita e conclusa in scenari diversi e remoti. Soprattutto per mare. 

La struttura del romanzo è, a sua volta, innovativa, sempre considerando i tempi in cui il romanzo è stato pubblicato.
Il libro, infatti, è impostato come molti altri grandi classici sulla memoria lasciata da uno dei personaggi allo scopo di far sapere ai posteri ciò che è realmente successo ma, al suo interno, troviamo frammenti di altre memorie inserite dal narratore principale, Mr. Mackerllar, allo scopo di raccontarci alcune parti di cui lui non può conoscere l'esistenza, dato che non si trovava nel luogo delle vicende.
La credibilità del romanzo, come ho già detto in ogni occasione in cui era presente questa struttura (se ben concepita) beneficia particolarmente di questa scelta e, su di me, ottiene sempre il migliore degli effetti.
Inoltre, è quasi incredibile immaginare che dalla stessa penna siano uscite sia le parole scritte da Mr. Mackellar (che già differiscono dallo stile tipico di Stevenson) che quelle del Cavaliere Burke, uomo totalmente diverso che, necessariamente, scrive in maniera assolutamente differente. 

L'incipit coincide con la prefazione dell'autore delle memorie, che fa una breve premessa su ciò leggeremo. Fa subito entrare nella storia, facendo capire e contestualizzare ciò che sarà letto nelle pagine successive.

Il finale è molto importante perché ha un buon significato simbolico e termina la storia con una conclusione affatto banale; qualunque altra strada non avrebbe potuto cogliere nel segno come quella scelta dall'autore.

Controversa è la decisione sul ritmo della storia. Come ho già detto, io l'ho divorato la prima volta che l'ho letto e, mi sono trattenuta a fatica per non terminarlo troppo velocemente anche in questa rilettura. Non penso, però, che questo libro possa essere considerato oggettivamente un romanzo veloce; alcune parti, specialmente quelle relative alla Storia, sono in realtà lente e, persino noiose, se non si considera la loro utilità dal punto di vista storico.

Ultimo aspetto di cui vi voglio parlare è la resa dei personaggi. Non è un caso che il capitano Long John Silver sia universalmente ricordato anche da chi non ha mai letto di persona L'isola del tesoro; Stevenson è bravissimo a scandagliare e raccontare l'animo umano.
Apprezzo particolarmente questa sua capacità anche perché, per l'epoca, non era assolutamente scontato scrivere di personaggi così umani: non solo non sono dei banalissimi buoni o cattivi, ma hanno tutte le potenzialità per poter esistere realmente.
Ad esempio, il narratore principale ha le sue virtù ed è, certamente, ascrivibile tra i buoni, ma allo stesso tempo riconosciamo sia le sue debolezze che i suoi difetti, persino quelli che lui stesso non sa di avere.
La perla nei romanzi di Stevenson, però, è sempre l'antagonista, in questo caso il Master di Ballantrae. Quest'uomo è infido, perfido, egoista, bugiardo eppure è umano; ha le sue debolezze, commette degli errori, non è invincibile anche se così sembra. Ho amato lui e ho amato gli altri, non tifavo per nessuno, speravo che uno schieramento riuscisse a capire l'altro come ero in grado di fare io da esterna.

In conclusione, penso che sia un peccato che questo romanzo sia poco conosciuto, io l'ho amato la prima volta con l'ingenuità dell'amore incondizionato e l'ho riamato oggi, con la consapevolezza della conoscenza. Lo consiglio a tutti, leggetelo per il piacere di farlo, entrateci senza considerare che si tratta di un classico, non mettetelo su un piedistallo, ma trattatalo come un amico e, allora sì, che vi darà tantissimo.

Citazioni

«Ci stavo arrivando» disse Mr. Thomson. «Il Destino mi ha concesso la possibilità di onorare il suo arrivo con un dessert davvero originale. Un mistero.»

«Ma è terribilmente schietto», obiettò Mr. Thomson.
«A parer mio» risposi, «niente è più nobile della schiettezza ed altrettanto interessante. Preferirei che tutta la letteratura fosse schietta, e, se così le aggrada, che anche tutti gli autori lo fossero, tutti tranne uno.»

Ho notato che coloro che in un combattimento hanno avuto la peggio cercano sempre di convincersi di essere vittime di un complotto.

Questa la situazione della famiglia al 7 aprile 1749, quando si verificò il primo di quella serie di eventi che avrebbero infranto tanti cuori e spento tante vite.

Fondamentalmente, sono un uomo perfido e trovo alquanto irritante la simulazione della virtù.

È in momenti come questi che l'uomo devoto appare nella sua vera luce e scopriamo (come si insegna ai bambini) quanto poco ci si possa fidare degli amici che ci facciamo in questo mondo.

A bordo del veliero, un manicomio galleggiante governato da un pazzo, vigeva un caos che non si può descrivere. Chi beveva, chi sghignazzava, chi cantava, chi si azzuffava, chi ballava, e non c'era mai un momento in cui fossero sobri tutti insieme: certi giorni, se fosse arrivata una tempesta improvvisa saremmo colati tranquillamente a picco, o se ci avesse intercettato una nave del Re, ci avrebbe sgominato facilmente, tanto saremmo stati incapaci di difenderci.

In realtà, più si vive, più si apprezza la sagacia di Aristotele e degli altri filosofi; e benché per tutta la vita io sia stato animato dal desiderio di ottenere legittimi riconoscimenti, posso affermare in tutta sincerità, ora che sono giunto alla fine della mia carriera, che nessuna onorificenza — e neppure la vita stessa — merita di essere conquistata a scapito della nostra dignità.

Credo che ci sia un demonio in ogni donna.

"Non mi è rimasto più nulla, nemmeno la paura. Non temo niente perché non ho più niente da perdere."

Uno degli aspetti peggiori del sentimento è che il tono della voce è più importante delle parole, e chi parla conta più di ciò che viene detto.

Con l'arrivo della notte senza stelle il mondo fu avvolto da una caligine freddissima, cupa e ferma: una notte inclemente, adatta a eventi straordinari.

C'erano momenti in cui pensavo a lui come a un uomo di cartapesta - come se dietro quella superficie variopinta non ci fosse che il vuoto.

Sinossi ufficiale

Un romanzo gotico, e a volte macabro, costruito sul "crescendo" di un antagonismo irriducibile. Scorrono i fondali di guerre dinastiche, avventure corsare, viaggi nelle Indie: più volte dato per morto, il sempre redivivo signore di Ballantrae, scapestrato, impetuoso e ricco di seduzioni, ricompare ogni volta davanti agli occhi del fratello più giovane, scombinandone la vita uniforme e risvegliando un'ira che si trasforma in odio profondo.

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Commenti

Stefano Gambelli
30/11/17 - 01:52:36
Bel libro interessante e curioso per diversi aspetti
Samantha
30/11/17 - 09:45:05
A me è piaciuto molto, come si sarà capito! Davvero interessante!

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