Shosha

Di Isaac Bashevis Singer
Voto: 8
Prima edizione: 1978
Numero di pagine: 222
Editore: TEA
Consigliato: Si

Tags: Nobel, Ebreo, Polacco, Classico
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Trama in breve

Aaron Greidinger è un aspirante scrittore, sin da piccolo viene considerato un genio, una promessa della Letteratura. Ripercorriamo la sua vita dall'infanzia in cui conosce Shosha, fino all'età adulta in cui il destino sembra volere farli rincontrare. In una Varsavia ante-Hitler la comunità ebraica si chiede cosa ne sarà di loro, il terribile dittatore anti-ebrei deciderà davvero di invadere la Polonia?

Incipit

Io venni educato sulla base di tre lingue morte - l'ebraico, l'aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) - e di una cultura che si sviluppò a Babilonia: il Talmùd.

Recensione

Tutte le motivazioni, in letteratura, sono ovvie o false.

Isaac B. Singer è stato il Premio Nobel per la Letteratura nel 1978, proprio l'anno in cui è stato pubblicato il romanzo di cui mi appresto a parlarvi oggi: Shosha.

Di questo autore avevo letto solamente La famiglia Moskat; per quanto io lo apprezzi per ora non sono ancora riuscita a spiegarmi il perché il Nobel sia stato assegnato a lui e non al fratello Israel dato che, secondo me, quest'ultimo rappresenta maggiormente i canoni descritti dalla giuria del Premio per motivare la vittoria del fratello minore che vi riporto qui sotto.

“Per la sua veemente arte narrativa che, radicata nella tradizione culturale ebraico-polacca, fa rivivere la condizione umana universale”

Shosha ha ulteriormente approfondito il divario che io percepisco esserci tra i due scrittori: entrambi sono ebrei e parlano, dunque, di una realtà che mi affascina enormemente ma, per ora, in Isaac ho trovato sempre qualcosa che non mi ha convinta completamente.

Dato che l'edizione che si legge secondo me influisce tantissimo sul giudizio del libro, devo ammettere che i presupposti per non apprezzarlo del tutto me li sono creta da sola: ho acquistato questo romanzo ad una bancarella dell'usato e, evidentemente, non è stato l'affare che credevo. La vecchia edizione da me reperita, infatti, firmata Club degli Editori, è decisamente poco curata sia nella traduzione (un po' manchevole, dato che io stessa mi sono accorta di alcune stonature e non sono certo un'esperta) che per la dimensione del carattere: assolutamente troppo piccola per riuscire ad apprezzare il romanzo pienamente.
Questi sono i motivi per cui sono certa che la recensione del libro potrà essere diversa da quella che avrei fatto leggendo un'altra edizione, soprattutto per quanto riguarda il lentissimo ritmo di lettura che ho avuto e che, con caratteri più grandi e piacevoli avrei certamente valutato in maniera differente. 

Isaac Singer ha definito Shosha come una storia d'amore, io invece fatico ad inserirla in qualcosa di ben delineato. La trama, infatti, è piuttosto variabile: dapprima sembra la storia della vita del protagonista, poi una storia d'amore, più tardi il focus è incentrato sul momento storico in cui è ambientato e si dimentica tutto il resto. Fermo restando che le storie d'amore non sono ciò di cui gradisco maggiormente leggere, non ho trovato questa componente così predominante, oltre al fatto che Shosha, la donna amata dal protagonista, appare nel romanzo in misura minore rispetto ad altri elementi.
Singer mi è sembrato un po' confuso, quasi volesse nascondere il fulcro di ciò che raccontava contornandolo di informazioni e dettagli utili o interessanti ma completamente estranei a ciò che, effettivamente, voleva dirci. 
Ho apprezzato la storia grazie a ciò che amo in questa tipologia di scrittori: mi affascina il racconto della mentalità e delle tradizioni differenti, ho adorato il contesto storico in cui è collocato il romanzo e l'ironia utilizzata in alcuni passaggi. 
La storia d'amore in sé, però, non credo di essere in grado di capirla perché, come ne La famiglia Moskat, non riesco affatto ad entrare nella mentalità del protagonista.

Quest'ultimo è un uomo che agogna fare lo scrittore. Da quanto ho capito ci sono all'interno del romanzo fortissimi elementi biografici della vita dello stesso Singer. Seguiamo le vicende della sua vita dalla giovinezza fino all'età adulta ma l'empatia con lui non riesce ad affiorare. Mi ha dato l'impressione di scegliere ciò che gli sarebbe successo con superficialità: lui stesso vuole credere che sia il destino a trascinarlo in un modo o nell'altro e non è quello che mi piace trovare in un romanzo, trovo più edificante leggere di personaggi che trovano il modo di rendersi un fenomeno attivo della propria esistenza, piuttosto che auto convincersi del contrario.

Tutto ciò l'avevo fatto con la sensazione che non ero mai io a decidere, ma che un potere sconosciuto prendeva le decisioni per me.

Anche gli altri personaggi di Singer non mi hanno convinta. Considerando che la stessa problematica si è creata anche con La famiglia Moskat tendo a pensare che le mie preferenze e ciò che Singer pensa siano incompatibili. La sensazione che provo io davanti a loro è quella di vederne solamente la superficie: sono tutti caratterizzati, molto particolari e certamente umani, eppure mi viene sempre da chiedermi "sì, ma oltre a questo?". Il problema non è certo l'incapacità di Singer di rendere l'introspezione di un personaggio, sta invece nel fatto che io non voglio credere che ciò che loro sono sia rappresentato solamente da quanto ci viene raccontato, forse perché credo che nell'animo umano ci sia sempre qualcosa in più, che prescinde dalla morale e dalla cosa giusta da fare o dagli istinti puramente egoistici. In Singer trovo molto dell'uno o dell'altro, ma mai qualcosa di più.

Cosa invece è indiscutibilmente bello? Lo stile, l'utilità e l'ambientazione.

Prima di tutto lo stile. Per quanto io abbia letto un'edizione sicuramente meno curata di quelle in commercio oggi, non ho potuto che apprezzare la scrittura di Isaac Singer, ironica ed intelligente. Scorre velocemente nonostante affronti spesso temi che possono essere considerati difficili o impegnativi quali, ad esempio, ciò che succede all'anima dopo la morte del corpo. Non è semplice, ma da un classico illuminante non mi aspetto nulla di meno.

Sicuramente la terminologia utilizzata potrà creare qualche problema, almeno all'inizio, ai lettori che non hanno letto altri libri di scrittori ebrei che si servono di termini specifici della loro cultura e religione. Alcune di esse non le conoscevo nemmeno io perché, effettivamente, al riguardo c'è davvero moltissimo da imparare ed è impossibile poterlo fare solamente leggendo romanzi, però trovo comunque che questo tipo di letture e Shosha in particolare, aiutino molto a farci avere almeno un'idea generale di qualcosa che, altrimenti, potremmo solo studiare in maniera più distaccata senza sentirla come reale. Si tratta, perciò, di una lettura molto utile: potrà piacere o non piacere ma, a meno di non essere esperti in materia, non si potrà chiudere il libro senza aver scoperto qualcosa di nuovo.

Un aspetto centrato perfettamente, e non me ne stupisco, è l'ambientazione. Il retaggio della cultura e della tradizione si unisce a quello che gli ebrei hanno vissuto nel loro passato, soprattutto nella prima metà del 1900, fino ad arrivare alla Seconda Guerra Mondiale con le conseguenze devastanti che noi tutti conosciamo. Non mi stupisce, perciò, che la penna di Singer si sia occupata dell'epoca e del luogo epicentro di questo libro: la Varsavia degli anni prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non solo la città è descritta nella sua geografia ma, in maggior misura, è raccontata per il clima che si respirava al suo interno: si sapeva che Hitler avrebbe potuto da un momento all'altro prenderne possesso, ma andarsene sembrava impossibile sia tecnicamente che spiritualmente: com'era possibile lasciare tutti gli altri indietro? 

Vivevamo tutti per il presente: tutta la comunità ebraica.

La struttura del romanzo è ben impostata ma, per me che ho visto nell'ambientazione uno dei pregi più grandi, lascia un po' la sensazione di non avere detto tutto. Troviamo, infatti, due salti temporali consistenti; uno dopo i primi due paragrafi del primo capitolo, in cui il protagonista diventa da ragazzino imberbe ad adulto e un secondo flashforward alla fine. Quest'ultimo salta totalmente ciò che io, da lettrice, agognavo maggiormente leggere: il mutamento da attesa a situazione vera e propria, le sensazioni provate dai personaggi che tanto temevano gli avvenimenti che, sin da subito, sapevamo inevitabili. L'arrivo di Hitler.

È per questo motivo che il finale significativo ha avuto meno impatto di quanto avrebbe potuto. Secondo me la chiosa di un libro è fondamentale; fa capire, o almeno dovrebbe far capire, qual era il punto focale della narrazione: se è un thriller sarà un ultimo colpo di scena, se è una storia d'amore una riflessione al riguardo, se è un romanzo che parla delle atrocità della Seconda Guerra Mondiale un dialogo che centri con esse. Il problema è che in questo libro troviamo proprio l'ultimo degli esempi che vi ho riportato, eppure il focus del libro non è mai stato dichiarato essere quello e, inoltre, è proprio la parte storicamente più rilevante ad essere stata "saltata". Ora, davanti a questa scelta è impossibile non farsi un'opinione personale e, la mia, è fortemente influenzata dalla nota dell'autore che vi riporto qui sotto.

Questo romanzo non rappresenta a nessun titolo gli ebrei di Polonia negli anni ante-Hitler. È la storia di alcuni personaggi particolari in situazioni particolari.

Questa nota mi fa presumere che lui volesse in ogni modo estraniarsi dalla responsabilità di rappresentare, appunto, la situazione che, per me, è il punto più interessante del romanzo. Questo crea qualche problema nel messaggio inviato perché, evidentemente, ciò che Singer fa in Shosha è proprio ciò che lui sostiene di non aver fatto e, inoltre, mette qualche dubbio sul modo in cui bisogna valutare l'opera, dato che la sua forza è ciò che lui dichiara non esserci. Quanto appena detto ha rafforzato maggiormente ciò che vi dicevo prima sulla trama: la sensazione che il focus fosse coperto da elementi piacevoli ma non necessari.

Lo stesso incipit inizia con una riflessione sull'ebraismo, altamente apprezzabile da me che inizialmente credevo che il libro avrebbe parlato principalmente di questo ma non del tutto coerente con le ambizioni dell'autore, tutto tornerebbe se considerassimo la figura di Shosha come una metafora e la storia d'amore di cui ci parla Singer non fosse altro che quella con la propria cultura.

L'atmosfera è fortemente influenzata da tutto ciò che vi ho raccontato sinora. Da una parte un ambientazione ottimamente resa, che ti fa entrare nelle sensazioni provate dal tempo. Dall'altra la volontà di estraniarsi, di trascendere da sé del protagonista. Trovo che Isaac Singer sia riuscito a trasmettere effettivamente ciò che voleva inviarci: la sensazione che tutto andasse male ma, al contempo, l'inerzia, la sensazione che forse quella bolla di sapone di relativa pace avrebbe potuto non rompersi mai. Ciò, però, non combacia pienamente con quanto raccontato nel finale e, soprattutto, con i miei gusti personali.

In conclusione, un libro ben scritto e di qualità che, però, non approfondisce adeguatamente il tema che io ho percepito come principale. Sicuramente interessante ed utile da leggere ma non imperdibile come altre opere dello stesso genere.

Lo consiglio a tutti perché è una buona opera, anche se non imprescindibile.

Come sempre, se lo avete letto e avete idee diverse fatemelo sapere: i dibattiti su questi argomenti sono sempre benvenuti!

Citazioni

Shosha aveva all'incirca la mia età, ma mentre io ero considerato un genio, conoscevo a memoria diverse pagine della Ghemarà e capitoli interi della Mishnah, sapevo scrivere in yiddish come in ebraico e avevo già cominciato a meditare su Dio, la provvidenza, il tempo, lo spazio e l'infinito, nella nostra casa al numero 10 Shosha era considerata una piccola scema.

Gli anni se n'erano andati e non sapevo dove. Gli scrittori della mia età avevano già raggiunto la fama e l'immortalità, ma io ero lì, ero ancora un principiante.

Mi diceva: «tutte le manie e aberrazioni derivano dal bisogno che ho di essere assolutamente libero. Questa presunta libertà mi ha trasformato in uno schiavo.»

«Talvolta ho la sensazione che la ragione per la quale certa gente non riesce ad avere niente è che non ha mai il coraggio di allungare le mani. Io sono una di loro.»

Un uomo può sopportare di essere torturato da un nemico, ma quando è un amico a trasformarsi in nemico, allora il tormento va al di là di ogni sopportazione.

Ah, come invidio gli scrittori! Non hanno bisogno di avere continuamente a che fare con la gente. Se ne stanno seduti sulla scrivania con carta e penna e dicono quello che vogliono.

Elaboravo per Shosha una teoria secondo la quale la storia del mondo era un libro che l'uomo poteva leggere solo andando avanti. Non poteva mai girare all'indietro le pagine del suo libro del mondo. Ma tutto ciò che era stato continuava a essere.

.«.. E poi la morte è troppo importante per assumersela tutta d'un colpo. È come un vino prezioso che va assaporato lentamente. Coloro che si suicidano vogliono sfuggire alla morte una volta per tutte. Ma coloro che non sono tanto codardi imparano a goderne il gusto.»

Sinossi ufficiale

Shosha è la compagna di giochi del piccolo Aaron Greidinger, figlio del rabbino della via Krochmalna, a Varsavia. A Shosha, che lo ascolta con la meravigliosa stupefazione dei semplici, Aaron racconta storie fantastiche, fiabe, storie d'amore che non oserebbe raccontare a nessun altro. Ma l'incanto si spezza. La prima guerra mondiale è alle porte, il padre di Aaron è costretto a lasciare la città... Tornato a Varsavia ormai adulto e deciso a diventare scrittore, Aaron si getta nella vita febbrile della capitale, frequentando i circoli artistici, partecipando ai fermenti politici e inseguendo le promesse d'amore di molte donne. E sarà proprio una di queste, per capriccio, a trascinare Aaron nei luoghi della sua infanzia, in via Krochmalna, nel ghetto. "Shosha" può essere letto in molti modi: come la parabola dell'ebreo sradicato, come la storia di un'educazione sentimentale, come il viaggio iniziatico di un artista, ma forse il modo più giusto è proposto dallo stesso autore. Alla domanda "Che storia è quella narrata in Shosha?" Singer rispose: "Una storia d'amore".

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