I fatti – Autobiografia di un romanziere

Di Philip Roth
Titolo originale: The Facts. A Novelist Autobiography.
Voto: 8,5
Prima edizione: 1988
Numero di pagine: 203
Editore: Einaudi
Consigliato: Ni

Tags: Contemporaneo, Statunitense, Basato su storia vera, Biografia/Autobiografia/Memoir
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Trama in breve

A 55 anni, Philip Roth ha sentito l'esigenza di scrivere un'autobiografia. Un manoscritto che riportasse i fatti, ciò che è successo realmente e da cui ha preso spunto per la storia del suo alter ego letterario, Nathan Zuckerman. 

Dedica

A mio fratello per i suoi sessant'anni

Incipit

Caro Zuckerman,

in passato, come sai, i fatti sono sempre stati brevi appunti su un taccuino, il mio modo di scattare dalla realtà alla fantasia.

Recensione

In quegli anni nessuno dei nostri conoscenti voleva comprare un televisore, mentre la metà delle persone che incontravo sembrava suonare il flauto dolce.

I fatti – Autobiografia di un romanziere è il libro di memorie scritto da Philip Roth all'età di 55 anni.

In questo volume l'autore non ci racconta di tutta la sua vita fino a quel momento, ma sceglie alcuni argomenti per lui fondamentali per poter, finalmente, far conoscere ai propri lettori i fatti, i veri accadimenti che l'hanno poi portato a scrivere i suoi romanzi.

Se questo manoscritto di qualcosa, parla della mia stanchezza di maschere, distorsioni e bugie.

Per questo motivo sono molte le anticipazioni ad eventi importanti di alcuni suoi libri ed è sconsigliabile leggerlo se non si vogliono avere scomode anticipazioni.

Nonostante l'approfondimento, perciò, non sia estremo, sarà molto interessante per i lettori più accaniti: molto di quanto che vi verrà raccontato sarà insospettabile.

Nella struttura del libro, ancora una volta, comprendiamo la genialità dell'autore. Roth, infatti, non si limita a scrivere la propria autobiografia ma decide di domandare a Nathan Zuckerman (suo alter ego letterario) se, secondo lui, valga la pena di pubblicarla.
L'incipit, perciò, parte subito coinvolgendoci nel suo gioco e, durante tutta la lettura, seppur interessato a quanto scritto, il lettore non vedrà l'ora di arrivare alla fine e conoscerne la conclusione.
Ed è proprio a fine volume che troveremo la risposta del nostro personaggio/narratore preferito e questo finale non solo non deluderà le aspettative ma aggiungerà quel plus che, arrivati a quel punto, sentivamo non esserci ancora stato. (Nonché mio motivo personale per il raggiungimento delle cinque stelle di valutazione.)

Ecco i capitoli che potrete trovare e un breve riassunto di cosa contengono:

  1. Lettera di Roth a Zuckerman (dove Philip spiega a Nathan, e a noi indirettamente, il perché della nascita di questo libro)
  2. Prologo (dove Roth parla del padre e delle differenze tra ciò che è successo ai suoi rispetto a ciò che viene raccontato nei romanzi che vedono Zuckerman come protagonista)
  3. A casa al sicuro (dove l'autore racconta cosa significava, per il lui bambino, essere ebreo)
  4. Joe College (dove si parla dell'esperienza del college e della scelta della scuola e della successiva confraternita)
  5. La ragazza dei miei sogni (dove incontriamo Josie, persona che ha significato tanto, nel bene e nel male, per la carriera letteraria di Roth)
  6. Tutto in famiglia (dove si parla della reazione della comunità ebraica e di quella dei suoi cari, alla pubblicazione dei suoi primi scritti)
  7. Ora noi possiamo forse cominciare (dove l'autore racconta la parte più scomoda della sua storia)
  8. Lettera di Zuckerman a Roth (dove Nathan dice a Philip la sua opinione su ciò che ha scritto)

La vita di Roth, come quelle di tutti, ha avuto alti e bassi, momenti più importanti e significativi e accadimenti superficiali e poco rilevanti. 
È difficile, perciò, considerare l'argomento oggettivamente interessante: se si è accaniti lettori dell'autore sarà inevitabile agognare di sapere la verità di ciò che gli è accaduto, per poter comprendere ancora di più la sua scrittura, per coloro che, invece, non lo conoscono, questo libro potrebbe addirittura essere noioso e inconcludente.

Esistere significa, per me, essere il Philip della mamma, ma, nei difficili rapporti col mondo e le sue botte, la mia storia prende il via dal fatto che all'inizio fui il Roth di papà.

Lo stile di scrittura non è arzigogolato come nei romanzi, ma mantiene l'anima dell'autore che, pur cercando di mantenersi il più possibile sui fatti, rimane comunque un grande narratore.

Vuoi dire che I fatti è un romanzo «inconsapevole»? Che tu stesso non sei consapevole dei tuoi artifici narrativi? 

In conclusione, questa autobiografia è parziale (essendo stata scritta a 55 anni era inevitabile), selettiva (non parla di tutto ma di ciò che viene scelto dall'autore) e anche poco oggettiva (Roth si autoassegna facoltà intellettive e riflessive che, probabilmente, ha desunto più con il senno di poi) ma è comprensibile per tutti ed imperdibile per chi ama questo grande autore. La lettera finale di Zuckerman, da sola, basterebbe come recensione del libro.

Non penso che possa interessare a chiunque e penso che possa essere veramente apprezzato da chi conosce già Roth come autore. Per questo motivo consiglio questa autobiografia solo a coloro che hanno letto molte opere di Roth, meglio se tutte (almeno fino al 1988) perché, altrimenti, lo spoiler è garantito!

Per me, se non per il mio lettore, quel capitolo – anzi, lo stesso romanzo – doveva dimostrare che le mie facoltà immaginative erano riuscite a sopravvivere allo sciupio di tutta quella giovanile energia, e che non ero soltanto scampato alle conseguenze del mio caso sciagurato di grullaggine morale, ma che alla fine avevo avuto la meglio sulla mia grottesca deferenza verso ciò che quella paranoica gentile di provincia definiva «il mio dovere» di essere umano, di uomo e, sì, anche di ebreo.

Se volete iniziare a leggere qualcosa di Philip Roth o avete già iniziato ma volete orientarvi meglio nella sua bbliografia, vi consiglio il mio articolo: Goodbye, Philip Roth.

Citazioni

Questo manoscritto rappresenta la mia controvita, l'antidoto e la risposta a tutte quelle invenzioni culminate nell'invenzione di te.

Il fatto è che io on vedevo, come vedeva lui con tanta chiarezza, perché o come le cose avrebbero dovuto prendere una piega diversa.

Racconti, ecco la forma che prende il suo sapere, e il repertorio non è mai stato vasto: famiglia, famiglia, Newark, Newark, Newark, ebrei, ebrei, ebrei. Un po' come il mio.

Quanto all'essere ebrei, non c'era nulla da discutere: come avere due braccia e due gambe. Ci sarebbe parso strano non essere ebrei: ancora più strano, sentir annunciare da qualcuno che avrebbe preferito non essere ebreo o che non voleva esserlo in futuro.

Gli ebrei stavano insieme perché erano profondamente diversi, ma per il resto erano come tutti gli altri.

Dimostrare, nei miei primi racconti di studente, che ero un bravo ragazzo ebreo sarebbe stati già abbastanza brutto; questo era peggio: dimostrare che ero un bravo ragazzo, punto e basta. L'ebreo era invisibile; non c'erano ebrei in quei racconti, non c'era Newark, e non c'era ombra di umorismo: l'ultima cosa che volevo fare era offrire a qualcuno l'occasione per farsi una risata a spese della letteratura.

Lavorare all'ufficio informazioni per più di sei mesi mi permise di fare il primo assaggio della noia di un posto fisso; il lavoro era tutt'altro che impegnativo, ma c'erano dei giorni morti in cui stare chiuso là dentro per otto ore pestando meccanicamente sui tasti di una macchina da scrivere mi faceva quasi diventare matto.

Sarei potuto essere più ingenuo? Non nevrotico, ingenuo, perché questo vale per tutti: siamo tutti molto ingenui, anche le persone più intelligenti, e non solo da giovani.

Quando si vuole conquistare una donna con le storie che le si raccontano, si tende a non preoccuparsi troppo di quello che un giorno sentii descrivere da un inglese con l'espressione «mettere troppe uova nella crema pasticciera».

– Siete proprio tutti uguali! – Era l'affermazione più assurda che avessi mai sentito, e tuttavia, come se non avessi altra scelta che prendere sul serio quell'accusa e dimostrare che ero diverso, invece di scappare via restai.

Quelle scene rappresentano una delle rare occasioni in cui non mi sono spontaneamente adoperato per migliorare la realtà allo scopo di essere più interessante.

Non avevo nessuna intenzione di farmi affibbiare l'etichetta di scrittore «controverso» e, all'inizio, non immaginavo che dei comuni lettori ebrei potessero trovare ripugnanti i miei racconti.

Le persone civili si lasciano sempre convincere a essere come non vorrebbero dalle persone che civili non sono.

Quello che voglio dire, suppongo, è che mi interessano le cose che un autobiografo come lui non mette nella sua autobiografia.

Sinossi ufficiale

Philip Roth invia una lettera a Nathan Zuckerman - protagonista di molti suoi libri e alter-ego per eccellenza - chiedendogli se valga la pena pubblicare il testo che gli allega. Sono pagine autobiografiche che l'autore di "Pastorale americana" ha scritto a seguito di una crisi emotiva ed esistenziale che lo ha condotto a un ripensamento tanto della sua letteratura, quanto della sua vita. L'autore si concentra su cinque snodi del suo percorso esistenziale: l'infanzia protetta e circondata dall'affetto dei genitori negli anni Trenta e Quaranta, l'educazione alla vita americana durante gli anni universitari, il tormentato rapporto con la persona più arrabbiata del mondo ("la ragazza dei miei sogni"), lo scontro con l'establishment ebraico seguito alla pubblicazione di "Goodbye, Columbus", fino alla scoperta, negli scatenati anni Sessanta, del lato più folle del suo talento che lo porterà a quel capolavoro che è "Il lamento di Portnoy". "I fatti" è l'autobiografia non convenzionale di uno scrittore non convenzionale.

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