Il problema essenziale dell'andanza è che bisognerebbe contemplare la continuità del tempo proprio mentre quel tempo, soggetto stesso della contemplazione, scompare.
Andanza. La fine di un diario di Sarah Manguso è uno degli ultimi libri pubblicati da NN. In questo caso un libro diverso sia nel contenuto che esteticamente, ha infatti una copertina rigida ed è più piccolo degli altri libri che ho letto dell'editore. Ha, insomma, la forma di un diario, richiamando l'argomento di cui si parla al suo interno. Inoltre, tra le pagine scritte proprio come se fossero appunti presi dall'autrice, troviamo anche delle immagini, macchie d'inchiostro che rendono ancora di più l'atmosfera, che percepiamo ancora prima di iniziare a leggere.
Come descriverlo a chi non l'ha letto? Potremmo definirlo un memoir, cioè un insieme di ricordi dell'autrice legati, in questo caso, dal suo rapporto con il diario. La sua struttura è libera; segue un filo logico e cronologico ma l'autrice non dà particolare importanza a farci capire bene i tempi, sono le sue sensazioni ad essere l'epicentro di ciò che è scritto.
È un libro che vale la pena leggere per diversi motivi. Prima di tutto perché il rapporto dell'autrice con il suo diario è speciale e porta a riflettere molto. L'argomento del tempo che passa e dei ricordi è un tema che, prima o poi, tutti noi siamo costretti a fronteggiare. C'è chi riesce a conviverci facilmente, chi lo ignora pur sapendo che è sempre lì, chi, invece, non riesce a pensare ad altro. L'autrice apparteneva a quest'ultima categoria e ci racconto il perché questo è cambiato.
Il diario non era un forziere pieno di segreti. Era semplicemente, tutto.
Manguso, infatti, ci racconta di aver sempre dato un'importanza viscerale al diario. A coloro che lodavano la sua costanza, perché come saprà chi ha provato a tenerlo e non c'è riuscito ce ne vuole eccome per non smettere e non saltare dei giorni, lei non faceva nessuna fatica a scriverci tutti i giorni, piuttosto avrebbe faticato e non sarebbe mai riuscita a fare il contrario.
Sarah ha visto per più di vent'anni il diario come un'ancora di salvezza, come qualcosa che poteva permetterle di non perdere ogni attimo vissuto della sua vita. Davanti a lei si presentava, giorno dopo giorno, il problema dell'avere troppo da scrivere, desiderando di avere giorni di niente, adibiti solo al riempimento del diario.
La pienezza di quel giorno non era il problema.
Il problema non è l'oggi, ma il domani. Potrei riprendermi dall'oggi se non fosse per il domani. Ci dovrebbero essere giorni supplementari, giorni cuscinetto, tra un giorno reale e l'altro.
Tutto ciò che racconta ci porta a riflettere sull'argomento, sono tante, tantissime, le frasi utili su cui possiamo soffermarci e metterci a pensare cosa ne pensiamo noi, invece di tutto ciò. Perché ciò che racconta l'autrice è qualcosa che tocca ognuno di noi, anche se in maniera unica e differente.
Il vero messaggio, però, arriva con la svolta, il momento in cui Sarah si rende conto che il suo rapporto con il tempo è cambiato definitivamente; la nascita del suo bambino. Una donna che scopre di non aver più paura di perdere il suo tempo e la sua memoria, perché tutto quanto vivrà da quel momento in poi, non è altro che un prolungamento di ciò che servirà a lui.
Prima esistevo rispetto alla continuità del tempo. Poi sono diventata la continuità del bambino, uno sfondo di tempo continuo su cui lui viveva.
Nonostante si tratti di un argomento che può farci sentire schiacciati, il tempo che passa e l'incapacità di intrappolarlo tutto nelle nostre menti, la lettura procede spedita; finirete il libro senza nemmeno accorgervene. Questo perché è breve ma, soprattutto, a causa dello stile dell'autrice.
Non avevo letto nient'altro di Sarah Manguso e, pur sapendo che si tratta di una poetessa, mai avrei immaginato di poter apprezzarne così tanto lo stile in un memoir sul tempo. L'autrice riesce a trattare argomenti profondi e, a volte cupi, con una leggerezza (e non come sinonimo di superficialità, anzi!) incredibile. Il lettore può scegliere di leggerle velocemente e godersi, come si suol dire, il viaggio, oppure di soffermarsi su ogni parola e percepirne la profondità, l'importanza di ciò che viene detto.
E anche se deciderete di soffermarvici, difficilmente finirete il libro lentamente. Il ritmo di lettura volenti o nolenti vi trascinerà fino alla fine e, chiudendo l'ultima pagina, saprete con certezza di volerlo riaprire, sfogliare e rileggere alcune sue parti.
Infine, come sempre, rimango piacevolmente stupita dalla nota del traduttore che, anche per quest'opera è Gioia Guerzoni. In questo spazio NN dà la possibilità al traduttore di parlare a fine libro, di ciò che ha provato traducendolo e del modus operandi utilizzato. Mi è piaciuta molto la dicotomia tra l'autrice, che si può considerare una cultrice del tempo e dei ricordi e la traduttrice, che dice di preferire non avere intorno micce del ricordo (definizione che mi ha colpita moltissimo). Al di là delle idee e dei sentimenti è, comunque, sempre interessante leggere del lavoro del traduttore e di come funziona.
Si tratta, sicuramente, di un libro prettamente femminile per la sua sensibilità, il rapporto con il tempo che, solitamente, viene vissuto con più importanza dal nostro sesso e, soprattutto per il richiamo alla maternità che potranno capire davvero solo coloro che l'hanno provato. Penso, però, che possa e debba essere letto da tutti perché lo stile è bello, fluido, fresco e il contenuto, come ho già detto, coinvolge tutti noi. Un bel libro sia fuori che dentro, lo consiglio.